Mia madre è morta il 23 maggio 2024. Aveva 77 anni, gestiva ancora un albergo, ballava, cantava, si arrabbiava e rideva. Non era l’anziana che ti aspetti che prima o poi se ne vada. Era una donna vigorosa e piena di vita. Un tumore aggressivo, scoperto troppo tardi, se l’è portata via in pochi mesi.
Vederla diventare fragile, vederla tornare bambina, vederla nella bara: quelle immagini non le ho mai messe via. Le porto con me ogni giorno. E ogni volta che sento il terreno vacillare sotto i piedi, mi tornano davanti. Non per farmi stare male. Per ricordarmi che la vita è un attimo, che può finire, che non c’è niente da rimandare.
La morte di mia madre mi ha resa donna. Non più bambina. Ha rotto qualcosa in me e ne ha costruito qualcosa di nuovo, qualcosa che non avrei trovato in nessun altro modo.
Questo è quello che intendo quando dico che il lutto può diventare trasformazione. Non una promessa consolatoria. Una cosa che ho vissuto sulla mia pelle.
Di cosa parliamo quando parliamo di lutto
Quando si dice lutto, si pensa alla morte. Ma il lutto è molto più ampio di così. È la risposta emotiva a qualsiasi perdita significativa. La fine di un matrimonio è un lutto. La perdita di un’identità (moglie, madre di una famiglia intera, donna amata) è un lutto. La fine di un progetto di vita è un lutto.
Il problema è che la nostra cultura riconosce pochissimi lutti come legittimi. La morte di una persona cara, sì. Tutto il resto, molto meno. E così ci ritroviamo a portare perdite enormi in silenzio, senza i rituali, senza il permesso sociale di stare male, senza che nessuno ci dica: quello che provi è reale, e ha bisogno di tempo.
“Il lutto non si supera. Si attraversa.”
Le perdite grandi non scompaiono. Si integrano. Diventano parte di chi sei, cambiano la tua prospettiva, il tuo modo di stare nel mondo, le cose a cui dai valore.
Il lutto non si supera: si attraversa
Questa distinzione è importante. Superare implica che esista un punto di arrivo dopo il quale la perdita non fa più male. Non è così. Elisabeth Kübler-Ross, la psichiatra che ha studiato il lutto più di chiunque altro nel Novecento, ha descritto cinque fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Non sono lineari, non si attraversano nell’ordine, e non hanno una durata prestabilita.
Quello che conta non è fare in fretta. È non bloccarsi. Il lutto bloccato, quello che non viene elaborato, che viene seppellito sotto l’urgenza di andare avanti, non scompare. Si sedimenta nel corpo, nelle relazioni, nei comportamenti. Prima o poi torna a bussare, e lo fa con più forza.
La perdita come soglia
C’è un momento, in alcuni lutti profondi, in cui capisci che non puoi tornare a essere quella che eri prima. Non perché tu sia rotta. Perché sei cambiata. Quella perdita ha rotto qualcosa, e nel punto in cui si è rotto è entrata luce nuova.
La morte di mia madre, che è arrivata pochi mesi prima della scoperta del secondo tradimento, ha cambiato il modo in cui ho guardato la mia vita. Mi ha tolto il tempo delle false speranze. Mi ha messa davanti alla verità: la vita finisce, e non puoi permetterti di sprecarla in qualcosa che non ti rispetta.
Quella consapevolezza mi ha dato il coraggio che non avevo trovato nei dieci anni precedenti. Non perché fossi diventata più forte in astratto. Perché avevo capito, nel modo più concreto possibile, che il tempo è limitato e prezioso.
Come si attraversa un lutto
Non esiste un metodo unico. Ma ci sono alcune cose che aiutano. La prima è permettersi di stare nel dolore senza cercare di accelerarlo. La seconda è trovare un contenitore per il dolore: il diario, la terapia, una persona di fiducia, un rituale personale. La terza è distinguere il dolore dalla disperazione. La quarta è non fare grandi decisioni nei momenti di dolore acuto.
Dall’altra parte del lutto c’è una donna che ha un rapporto più onesto con la vita, con se stessa, con quello che vuole davvero. Non è la stessa donna di prima. È qualcuno di più solido, di più reale, di più suo.
Il libro di Elisabeth Kübler-Ross “La morte e il morire” (Cittadella Editrice) affronta il lutto con una profondità che va ben oltre la morte fisica.
Per un supporto psicologico dedicato all’elaborazione del lutto: psy.it
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