Mia madre è morta il 23 maggio 2024. Aveva settantasette anni e gestiva ancora un albergo. Ballava, cantava, si arrabbiava, rideva. Non era una donna che si stava lentamente congedando dalla vita. Era vigorosa, presente, piena di progetti. Poi è arrivato un tumore aggressivo, scoperto troppo tardi, e in pochi mesi il suo corpo ha cominciato a non assomigliarle più.
L’ho vista diventare fragile. Ho visto i suoi gesti rallentare, le sue certezze diminuire, la donna che mi aveva cresciuta avere bisogno di essere accudita come una bambina. Infine l’ho vista nella bara. Esistono immagini che il tempo non mette via. Non restano necessariamente per ferirci ogni giorno, ma si depositano dentro di noi e cambiano il modo in cui guardiamo tutto il resto.
Da allora, quando sento il terreno vacillare, quella perdita torna a ricordarmi una verità semplice e insopportabile: la vita finisce. Non sappiamo quando, non sappiamo come, ma finisce. E sapere che il tempo non è infinito modifica il valore delle cose, rende più evidenti gli sprechi, toglie dignità alle attese inutili.
La morte di mia madre mi ha resa adulta in un modo nuovo. Non perché prima non lo fossi, ma perché fino a quando una madre esiste rimane, da qualche parte, anche la possibilità di sentirsi figlie. Quando muore, quella posizione cambia per sempre. Qualcosa si spezza, ma nello spazio lasciato dalla frattura compare una responsabilità diversa: diventare pienamente custodi della propria vita.
Scrivo nel 2026. Dopo quello, ho attraversato altri due lutti. Non tutti hanno avuto il volto della morte. Uno è stato la fine del mio matrimonio. Perché anche una relazione può morire. Può morire un progetto comune, può morire la fiducia, può morire l’identità che avevamo costruito dentro quel legame. Il corpo resta vivo, le persone continuano a esistere, ma la vita che avevamo immaginato non c’è più.
Di cosa parliamo quando parliamo di lutto
Siamo abituati ad associare il lutto alla morte di una persona cara. È la sua forma più evidente, quella per cui esistono parole, riti, condoglianze, giorni concessi al dolore. Ma il lutto è anche la risposta a una perdita significativa. La fine di un matrimonio può essere un lutto. Lo è la perdita di una casa, di un lavoro, della salute, di un ruolo che ci aveva definite. Lo è persino la fine di un futuro che non si realizzerà.
Non tutte le perdite ricevono però lo stesso riconoscimento. Davanti a una morte, almeno per qualche tempo, la sofferenza viene considerata legittima. Davanti a una separazione, invece, spesso arrivano consigli. Devi voltare pagina, devi reagire, devi pensare al futuro. Come se la fretta fosse una prova di forza e la permanenza del dolore un difetto del carattere.
Così molte donne attraversano perdite enormi senza un rito, senza una comunità capace di riconoscerle, a volte persino senza il permesso di nominare ciò che provano. Ma il dolore che non viene riconosciuto non per questo è meno reale.
“Il lutto non si supera. Si impara a vivere nella realtà che ha lasciato.”
Le perdite profonde non vengono cancellate. Cambiano posto dentro di noi. Diventano parte della nostra storia e modificano ciò che vediamo, ciò che tolleriamo, ciò a cui scegliamo di dare valore.
Il lutto non procede in linea retta
Si parla spesso delle cinque fasi associate al lavoro di Elisabeth Kübler-Ross: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Sono diventate un modo diffuso per raccontare l’esperienza della perdita, ma non rappresentano una scala da salire ordinatamente. Non si completa una fase per entrare nella successiva. Possiamo accettare al mattino e tornare a essere arrabbiate la sera. Possiamo sentirci forti per settimane e crollare davanti a un odore, una canzone, una data.
Il dolore ha una memoria irregolare. Non rispetta il calendario e non obbedisce alla volontà. Questo non significa che siamo ferme. Significa che stiamo cercando una nuova posizione dentro una realtà che non abbiamo scelto.
Ciò che conta non è fare in fretta, ma riuscire a non negare indefinitamente ciò che è accaduto. Quando il dolore viene sepolto sotto l’urgenza di funzionare, può continuare a manifestarsi in forme che non riconosciamo: nella rabbia, nella paura di perdere ancora, nella difficoltà a fidarsi, nella necessità di controllare ogni cosa. Non perché ogni sofferenza debba essere analizzata, ma perché ciò che non trova parole spesso cerca altri modi per esistere.
La perdita come soglia
Arriva un momento, dopo alcune perdite, in cui comprendiamo che non torneremo a essere quelle di prima. Non siamo necessariamente peggiori e non siamo ancora migliori. Siamo diverse. Abbiamo conosciuto qualcosa che non può essere disconosciuto e che da quel momento modifica il nostro rapporto con il tempo.
La morte di mia madre è arrivata pochi mesi prima della scoperta del secondo tradimento. Quei due eventi non erano paragonabili, ma si sono incontrati dentro la stessa domanda: quanto tempo della mia vita ero ancora disposta a consegnare a qualcosa che non mi rispettava?
Per anni avevo conservato speranze, cercato spiegazioni, offerto possibilità. Dopo aver visto la vita interrompersi tanto rapidamente, quelle attese hanno cambiato significato. Non potevo più raccontarmi che avrei deciso in seguito, che ci sarebbe stato un momento migliore, che avevo ancora tutto il tempo necessario per diventare libera.
Non è stato il lutto a rendermi improvvisamente forte. È stato il lutto a rendere intollerabile la menzogna del tempo infinito. Mi ha costretta a guardare il prezzo delle mie esitazioni. Da quel momento, restare avrebbe significato scegliere consapevolmente di sprecare una parte della vita che mia madre non aveva più.
Attraversare senza abbandonarsi
Non esiste un modo giusto e uguale per tutti di vivere un lutto. C’è chi ha bisogno di parlare e chi, almeno all’inizio, può soltanto tacere. Chi cerca una presenza e chi ha bisogno di sottrarsi agli sguardi. Chi scrive, chi prega, chi cammina, chi conserva gli oggetti e chi deve allontanarli. Il dolore non chiede uniformità. Chiede ascolto.
Attraversarlo significa prima di tutto non costringersi a essere già altrove. Significa trovare un luogo in cui ciò che proviamo possa esistere senza invadere ogni cosa: una persona affidabile, un diario, un percorso psicologico, un gesto privato, un rito che abbia senso per noi. Significa anche riconoscere quando la sofferenza diventa così intensa o persistente da richiedere un aiuto competente.
Nei momenti più acuti non è sempre possibile sapere che cosa vogliamo dal futuro. Possiamo però cominciare a distinguere ciò che ci manca da ciò che ci ha fatto male, la nostalgia dall’idealizzazione, il dolore per la perdita dal desiderio di tornare in una condizione che non ci appartiene più.
Non credo che dall’altra parte di ogni lutto ci attenda necessariamente una versione migliore di noi. Sarebbe un altro modo per attribuire al dolore un compito che non ha. Ma possiamo uscirne più consapevoli del limite, più attente al tempo, meno disponibili a tradire noi stesse. Non perché la perdita sia stata un dono. Perché, una volta accaduta, abbiamo scelto di non lasciare che fosse soltanto distruzione.
Il libro di Elisabeth Kübler-Ross “La morte e il morire” (Cittadella Editrice) affronta il lutto con una profondità che va ben oltre la morte fisica.
Per un supporto psicologico dedicato all’elaborazione del lutto: psy.it







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