Quanto costa una separazione consensuale, davvero

Quanto costa una separazione consensuale, davvero

La domanda arriva quasi sempre prima del preventivo dell’avvocato. Quanto mi costerà separarmi?

A volte viene digitata di notte, con il conto corrente aperto in un’altra finestra. A volte arriva dopo anni in cui delle spese di casa si è occupato soprattutto lui. Altre volte i soldi ci sono, ma insieme ai soldi ci sono una casa, un mutuo, investimenti, un’azienda, quote societarie, risparmi costruiti in vent’anni di matrimonio.

E allora si cerca una cifra. Trecento euro. Mille. Duemila. Cinquemila. Google ne restituisce molte, spesso molto diverse tra loro. Il problema è che possono essere tutte plausibili e, nello stesso tempo, nessuna può dirti quanto costerà la tua separazione. Perché non esiste un prezzo unico della separazione consensuale.

Esistono invece procedure diverse, costi fissi molto bassi in alcuni casi e compensi professionali che dipendono dal lavoro necessario. Soprattutto esiste una differenza enorme tra due persone che devono semplicemente formalizzare un accordo già raggiunto e due persone che sono d’accordo nel separarsi, ma devono ancora decidere che cosa fare di una casa, di un mutuo, dei risparmi o di un patrimonio costruito insieme.

“Consensuale” significa che si arriva a un accordo. Non significa necessariamente che quell’accordo sia semplice.

Una separazione consensuale può costare 16 euro. Ma solo in un caso molto preciso

Partiamo dalla cifra più bassa, perché è anche quella che rischia di creare più equivoci. In alcuni casi i coniugi possono separarsi direttamente davanti all’ufficiale dello stato civile del Comune, senza passare dal tribunale e con l’assistenza dell’avvocato facoltativa.

Il diritto fisso previsto è di 16 euro. Ma questa possibilità non è aperta a tutte le coppie.

La procedura davanti al Comune può essere utilizzata quando non ci sono figli minori, figli maggiorenni incapaci, con disabilità grave o economicamente non autosufficienti. Inoltre l’accordo non può contenere trasferimenti di diritti reali, per esempio il trasferimento della proprietà di una casa da un coniuge all’altro. Può invece prevedere, secondo le indicazioni ministeriali richiamate dagli uffici giudiziari, il pagamento periodico di un assegno.

Quindi sì: una separazione può avere un costo amministrativo di 16 euro.

Ma dire semplicemente “separarsi costa 16 euro” sarebbe come dire che trasferirsi costa il prezzo del cambio di residenza. È vero soltanto se si esclude tutto il resto.

Se si va in tribunale, il contributo unificato è di 43 euro

Quando la separazione consensuale viene presentata con domanda congiunta davanti al tribunale, una delle voci di spesa certe è il contributo unificato di 43 euro. Il Ministero della Giustizia ha confermato il regime applicabile ai procedimenti familiari su domanda congiunta dopo le modifiche introdotte dalla riforma del processo civile.

Anche qui, però, quei 43 euro non sono “il costo della separazione”. Sono una tassa giudiziaria.

A questa si aggiunge il compenso dell’avvocato o degli avvocati che assistono i coniugi, e proprio qui comincia la parte del costo che non può essere trasformata seriamente in una cifra valida per tutte.

Il costo dell’avvocato non ha un prezzo nazionale fisso

È probabilmente la risposta meno soddisfacente per chi sta cercando una cifra, ma è quella corretta: non esiste una tariffa unica obbligatoria per una separazione consensuale. Il compenso professionale viene concordato con l’avvocato. La legge prevede che il professionista informi il cliente sulla complessità dell’incarico e sugli oneri ipotizzabili; i parametri ministeriali intervengono nei casi previsti dalla legge, per esempio quando il compenso non è stato determinato consensualmente.

Questo significa che due separazioni entrambe definite “consensuali” possono richiedere quantità di lavoro completamente differenti.

Immaginiamo una coppia senza particolari questioni patrimoniali. Ha già deciso come organizzare la propria vita, non ci sono beni da trasferire, le condizioni economiche sono chiare e non esistono mesi di negoziazione alle spalle dell’accordo.

Ora immaginiamone un’altra. C’è una casa acquistata insieme. Un mutuo ancora in corso. Uno dei due vuole restarci. Ci sono risparmi comuni, magari un secondo immobile, investimenti o partecipazioni in un’attività. Uno dei due ha ridotto il lavoro durante il matrimonio. Bisogna stabilire il mantenimento dei figli, verificare redditi e patrimonio e decidere come trasformare vent’anni di economia familiare in due economie separate.

Anche se alla fine entrambe le coppie firmano una separazione consensuale, non stanno comprando lo stesso servizio. Nel secondo caso, l’accordo è il risultato di un lavoro molto più complesso.

Il preventivo va chiesto prima, non quando l’accordo è già pronto

È una banalità soltanto per chi è abituato ad acquistare servizi professionali. Per molte donne non lo è.

Si entra nello studio dell’avvocato pensando prima di tutto alla separazione, non al rapporto economico con il professionista. Si racconta la propria storia. Si consegnano documenti. Si comincia a discutere delle condizioni. E la domanda sul costo viene rimandata perché sembra quasi fuori luogo. Non lo è.

Chiedere un preventivo significa sapere che cosa comprende: gli incontri, la redazione dell’accordo, eventuali trattative con il legale dell’altro coniuge, il procedimento e le attività successive necessarie. Significa anche chiedere che cosa non comprende. Se ci sono immobili, perizie, atti notarili o altre prestazioni professionali, possono nascere costi ulteriori rispetto all’assistenza legale per la separazione.

Sapere prima quali sono le possibili voci di spesa non rende una donna venale. La rende informata. E quando si sta costruendo una vita economicamente autonoma, l’informazione non è un dettaglio.

Esiste anche la negoziazione assistita

Il tribunale non è l’unica strada possibile. I coniugi possono raggiungere l’accordo di separazione attraverso una convenzione di negoziazione assistita da avvocati.

In questo caso non viene presentata la normale domanda di separazione consensuale al tribunale. L’accordo raggiunto con l’assistenza legale produce, una volta completato correttamente il procedimento previsto dalla legge, gli effetti dei provvedimenti giudiziali di separazione.

Dal punto di vista dei costi c’è un elemento preciso: il Ministero della Giustizia ha chiarito che per la procedura di negoziazione assistita in materia di separazione e divorzio non è dovuto il contributo unificato.

Questo non significa, naturalmente, che la procedura sia gratuita. Restano i compensi degli avvocati e, se l’accordo coinvolge operazioni patrimoniali che richiedono altri professionisti, le relative spese.

Ancora una volta, quindi, la domanda utile non è soltanto “quanto costa questa procedura?”, ma “che cosa dobbiamo regolare dentro questa procedura?”.

La domanda non è quanto costa separarsi. È quanto costa dividere ciò che avete costruito.

La procedura è la stessa per tutte. Il lavoro no: una coppia senza patrimonio da regolare e una con casa, mutuo e risparmi arrivano alla stessa firma dopo mesi molto diversi.

Il vero salto di costo arriva quando c’è un patrimonio da dividere

Qui la distinzione diventa fondamentale. Una separazione consensuale senza patrimonio rilevante può essere una procedura relativamente lineare. Una separazione nella quale devono essere regolati immobili, quote societarie, attività imprenditoriali, investimenti o altre componenti patrimoniali può diventare una vera negoziazione economica. Prendiamo la casa. Dire “la casa resta a lei” può significare cose completamente diverse.

Può voler dire che la casa resta di proprietà di entrambi ma viene assegnata a uno dei due. Può voler dire che uno dei coniugi trasferisce all’altro la propria quota. Può esserci un mutuo cointestato. Può essere necessario capire se e come la banca accetterà una diversa organizzazione del debito. Possono servire verifiche sul valore dell’immobile e sulla sua situazione catastale e ipotecaria.

Sono problemi diversi, con professionisti e costi potenzialmente diversi. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha dedicato specifici studi proprio ai trasferimenti immobiliari contenuti negli accordi di separazione e divorzio, perché la materia richiede controlli formali e sostanziali che non possono essere ridotti a una riga inserita nell’accordo.

Per questo una cifra letta online può essere perfettamente corretta per una coppia e completamente inutile per un’altra.

Il costo della separazione non dipende soltanto dal fatto che siate d’accordo. Dipende anche da quanto è complesso separare ciò che negli anni avete costruito insieme.

Essere d’accordo sulla separazione non significa essere già d’accordo sui soldi

Questa è forse la parte che la parola “consensuale” nasconde di più. Due persone possono essere assolutamente concordi sul fatto che il matrimonio sia finito e scoprire di avere idee molto diverse quando cominciano a parlare di denaro.

  • Chi resta nella casa?
  • Quanto vale quella casa?
  • Chi continua a pagare il mutuo?
  • Quanto serve ogni mese per i figli?
  • Uno dei due coniugi deve contribuire al mantenimento dell’altro?
  • Che cosa succede ai risparmi?
  • E a un’attività costruita durante il matrimonio?

Sono domande economiche, ma non sono mai soltanto economiche. Dentro possono esserci anni di lavoro non retribuito in famiglia, rinunce professionali, differenze di reddito, paura del futuro, bisogno di sicurezza e perfino il desiderio di far pagare all’altro ciò che è accaduto nella relazione.

È uno dei motivi per cui il costo di una separazione non si misura soltanto contando gli atti da depositare. La complessità dell’accordo nasce dalla complessità della vita che quell’accordo deve dividere.

Prima di chiedere “quanto costa?”, guarda che cosa deve essere separato

Non serve arrivare dall’avvocato con una contabilità perfetta. Serve però sapere che cosa esiste. Conti correnti. Risparmi. Mutui. Finanziamenti. Immobili. Investimenti. Redditi. Polizze. Quote societarie. Debiti. Spese ordinarie della famiglia e dei figli. Non per prepararsi a una guerra. Per evitare di discutere di una separazione economica senza conoscere la propria situazione economica.

Per una donna che per anni non si è occupata direttamente dei conti familiari questo passaggio può essere persino più difficile della ricerca dell’avvocato.

Non sapere non significa essere incapace. Significa che, fino a quel momento, nella coppia i compiti erano distribuiti in un certo modo. La separazione rende improvvisamente necessario imparare ciò che prima poteva essere delegato.

Ed è qui che la separazione smette di essere soltanto la fine di una relazione e diventa anche una questione di autonomia.

Non perché da domani tu debba saper fare tutto da sola. Ma perché devi poter capire ciò che riguarda la tua vita.

Se non puoi permetterti un avvocato esiste il patrocinio a spese dello Stato

Questo punto è importante soprattutto per chi cerca il costo della separazione perché teme di non avere abbastanza denaro per affrontarla. In Italia esiste il patrocinio a spese dello Stato anche in materia civile, comprese, in presenza dei requisiti previsti, le separazioni consensuali.

Il limite reddituale attualmente indicato dagli uffici giudiziari è di 13.659,64 euro annui imponibili, sulla base dell’ultimo aggiornamento disposto nel 2025.

La valutazione del reddito ha regole precise. In generale può rilevare anche il reddito dei familiari conviventi, mentre nei casi in cui gli interessi del richiedente siano in conflitto con quelli degli altri componenti del nucleo convivente la normativa prevede che si consideri il solo reddito personale.

Questo dettaglio può essere particolarmente importante proprio durante una separazione. Non bisogna quindi concludere automaticamente: “mio marito guadagna troppo, perciò io non posso accedere al patrocinio”. Bisogna verificare la propria situazione secondo le regole applicabili.

L’ammissione al beneficio in materia civile viene richiesta secondo la procedura prevista e consente, quando ne ricorrono i presupposti, di essere assistiti senza dover sostenere personalmente il compenso del difensore nei termini coperti dal patrocinio.

Per una donna economicamente dipendente dal coniuge, sapere che questa possibilità esiste può cambiare una domanda molto più grande del costo dell’avvocato. Può cambiare la convinzione di non potersi permettere di scegliere.

Quindi, quanto costa davvero una separazione consensuale?

La risposta corretta è meno comoda di un numero, ma molto più utile. Nel caso più semplice, quando ricorrono tutte le condizioni per concludere l’accordo davanti all’ufficiale dello stato civile, il costo amministrativo può fermarsi al diritto fisso di 16 euro e l’assistenza dell’avvocato è facoltativa.

Se la separazione consensuale viene presentata in tribunale, il contributo unificato previsto per la domanda congiunta è di 43 euro, al quale va aggiunto il compenso professionale concordato per l’assistenza legale.

Con la negoziazione assistita non è dovuto il contributo unificato, ma rimangono i compensi dei professionisti che assistono le parti.

Se esiste un patrimonio da regolare, non esiste invece una cifra seria da indicare prima di conoscere il caso. Immobili, mutui, aziende, partecipazioni, investimenti, perizie, trasferimenti e atti ulteriori possono modificare radicalmente il lavoro necessario e quindi il costo complessivo.

È per questo che un preventivo professionale costruito sulla propria situazione vale molto più di qualsiasi cifra media trovata online.

Sapere quanto puoi spendere è già una forma di autonomia

Quando un matrimonio finisce, i soldi sembrano spesso la parte meno nobile della storia. Ci sono il dolore, i figli, la rabbia, la paura. E poi, quasi con imbarazzo, arrivano i conti.

In realtà non c’è niente di secondario. Dove potrai abitare, quanto potrai spendere ogni mese, quale lavoro potrai accettare, quanto riuscirai a mettere da parte e quali decisioni potrai prendere dipendono anche dalla conoscenza della tua situazione economica.

Per questo in Slegata! autonomia emotiva, mentale ed economica stanno nello stesso percorso. Non basta poter dire “me ne vado” se economicamente non sai ancora come farlo. Ma vale anche il contrario: non sapere ancora come farlo non significa che tu debba rinunciare a capire quali possibilità hai.

La prima forma di autonomia economica non è guadagnare abbastanza. È conoscere i numeri che riguardano la propria vita.

Cosa può fare Slegata! per te

Nell’app Slegata! il lavoro sull’autonomia economica non comincia da formule complicate, ma dalla conoscenza della propria situazione. Nella sezione Educazione Finanziaria trovi un percorso dedicato all’indipendenza economica, a partire dal primo modulo di Consapevolezza Finanziaria.

Se invece sei ancora nel momento in cui stai cercando di capire che cosa accade quando una relazione finisce, puoi partire da «Come affrontare la separazione: che cosa succede e da dove cominciare», l’articolo pilastro che raccoglie i diversi passaggi del percorso, oppure da «Voglio separarmi da mio marito ma non lavoro», dedicato proprio al punto in cui la scelta personale incontra la dipendenza economica.

Il percorso completo è nel metodo. L’Ancora di questa pagina è «Mi reggo da sola»: la trovi nello store, insieme a tutte le Ancore.

Ministero della Giustizia, patrocinio a spese dello Stato: giustizia.it

Come affrontare la separazione: Blog Slegata!

Voglio separarmi da mio marito ma non lavoro: Blog Slegata!

Come tutelarsi prima della separazione: Blog Slegata!

Assegno di mantenimento alla moglie disoccupata: Blog Slegata!

Il metodo Slegata!: Il Metodo

Le informazioni giuridiche ed economiche contenute in questo articolo hanno finalità informativa e sono aggiornate al 3 settembre 2026. I costi professionali dipendono dalla situazione concreta e dagli incarichi conferiti. Prima di assumere decisioni patrimoniali o legali è opportuno chiedere una valutazione e un preventivo riferiti al proprio caso.

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